Questo archivio raccoglie opere e materiali nati dal progetto Ferite del Nostro Tempo. Ogni lavoro è il risultato di un incontro diretto con la materia recuperata dal mare.
Non è una collezione ordinata per temi o periodi, ma un insieme di tracce. Oggetti segnati dall’uso, dal tempo e dall’abbandono diventano documenti del presente.
L’archivio è in continua evoluzione, come il paesaggio da cui proviene.
L’ordine delle opere non segue una cronologia lineare, ma restituisce diversi stati della materia e del deposito, come frammenti di un archivio in continua riorganizzazione.
Dopo il fuoco
Opera pittorico-materica su materiali recuperati dal mare
Acrilico e materiali plastici, 2021 — 100 × 100 cm
Plastiche e frammenti industriali, in parte dipinti con acrilico nero, formano una superficie scura e compatta.
Tracce di rosso e di verde emergono come residui.
L’opera nasce in relazione a un incendio boschivo avvenuto nel 2021 e restituisce una materia segnata, sospesa tra distruzione, memoria e permanenza.
Deposizione marina
Opera pittorico-materica su materiali recuperati dal mare
Plastica spiaggiata, 2023 — 180 × 125 cm
Frammenti di bottiglie in plastica lavorati dal mare e restituiti dopo una forte mareggiata.
Ogni elemento è inserito senza alterazioni, mantenendo forma, usura e trasparenza.
Il fondo blu non rappresenta il mare: diventa superficie di deposizione.
L’opera registra un accumulo reale, sospeso tra deriva naturale e responsabilità umana.
Struttura filtrante
Scultura / rilievo pittorico-materico, materiali plastici recuperati dal mare, dimensioni circa 80 × 50 cm
L’opera assume la forma riconoscibile di un pesce, costruita attraverso un accumulo ordinato di elementi plastici circolari e reticolari, selezionati e ricomposti senza alterarne la struttura originaria.
La figura emerge per sottrazione cromatica e per ripetizione modulare.
La materia non simula la vita, ma evoca una funzione astratta, simile a un sistema di filtraggio o a un organismo poroso.
Il corpo non è compatto né chiuso: è attraversabile, permeabile, costruito da vuoti e interstizi che rimandano a processi di selezione e passaggio, tipici dell’ambiente marino e dei dispositivi artificiali prodotti dall’uomo.
L’opera registra una metamorfosi silenziosa della materia, in cui la plastica assume una struttura funzionale senza scopo vitale.
Migrazioni
Opera pittorico-materica su materiali plastici recuperati dal mare. Plastica spiaggiata, 2022–2023 — 125 × 125 cm
L’opera si configura come una mappatura orizzontale della materia: frammenti plastici raccolti in ambiente marino sono disposti per campi cromatici, secondo un orientamento comune che attraversa l’intera superficie.
Pur nella discontinuità dei singoli elementi, emerge un moto collettivo riconoscibile, assimilabile al volo di uno stormo: una migrazione costruita per accumulo, non per traiettorie lineari.
Il colore agisce come principio ordinatore minimo, consentendo alla materia di ricomporsi senza recuperare funzione o identità originaria.
Migrazioni registra l’esito del movimento più che il movimento stesso: una superficie di arrivo in cui ciò che è stato disperso trova una forma temporanea di visibilità.
Migrazione interna
Scultura, materiali plastici recuperati dal mare, circa 80 × 50 cm
Scultura realizzata esclusivamente con materiali plastici recuperati dal mare.
Frammenti eterogenei, consumati dal sale e dal tempo, vengono ricomposti in una forma riconoscibile ma non celebrativa.
Il corpo del pesce non rappresenta la vita marina, ma una struttura interna esposta: un organismo attraversato da reti, vuoti, innesti e residui industriali.
L’opera registra una migrazione silenziosa: quella dei materiali umani che attraversano il mare e tornano trasformati, come tracce di un presente che fatica a riconoscersi.
Campo instabile
Opera pittorico-materica, materiali plastici recuperati dal mare, 180 × 125 cm
Su una superficie scura, densa e segnata dal gesto, frammenti eterogenei si distribuiscono senza un centro stabile né una gerarchia riconoscibile.
Gli elementi rossi, insieme a residui chiari e neutri, attraversano il campo come presenze discontinue: non costruiscono una narrazione, ma attivano una tensione visiva costante tra dispersione e relazione.
Linee sottili, tracciate o incorporate, suggeriscono traiettorie temporanee, connessioni fragili, movimenti mai risolti.
La superficie non rappresenta uno spazio simbolico, ma un campo di deposito: un luogo in cui la materia si arresta momentaneamente dopo il transito, mantenendo visibili le tracce dell’uso, dell’usura e della trasformazione.
Struttura residua (forma chiusa)
Opera pittorico-materica su materiali plastici recuperati. Plastica spiaggiata, cartoncino plastificato (base per torte), colore acrilico, Ø 40 cm
L’opera è costruita su un supporto plastico circolare, originariamente destinato a un uso effimero, trasformato in superficie stabile e definitiva.
Il fondo, trattato con colore acrilico, assume una tonalità brunita e compatta, evocando una materia antica, sedimentata, priva di funzione.
La struttura centrale, anch’essa in plastica recuperata, è disposta secondo un asse verticale e una scansione orizzontale irregolare, suggerendo una forma archetipica, sospesa tra segno, organismo e reliquia.
Non vi è simulazione simbolica né riferimento narrativo esplicito: la composizione nasce dall’incontro diretto con i materiali e dalla loro resistenza fisica.
La circolarità non indica protezione o compiutezza, ma delimitazione: uno spazio chiuso in cui il residuo perde ogni ruolo originario e diventa presenza autonoma.
La plastica, privata della sua funzione, assume un carattere quasi minerale, registrando il tempo anziché attraversarlo.